martedì 25 febbraio 2014

Tutti insieme appassionatamente

Weekend romano, splendida giornata dopo una nottata di pioggia. La famiglia si sveglia tutto sommato presto e inizia la spasmodica ricerca di qualcosa da fare: fra le tante suggestioni e proposte, l'occhio esperto degli archeologi di famiglia cade su un evento: visita guidata per i bambini al Museo Pigorini. Lo ammetto pubblicamente, non ci sono mai stato; da buon epigrafistacristianistatardoantichistamedievista lo avevo sempre snobbato (roba strana quella ...) a favore dell'attiguo, più adatto (a me) Museo dell'Altomedioevo.
Col figlio grande che studia la preistoria a scuola in questi giorni e il piccolo che ha con i suoi coetanei la socialità di un Neanderthal (provate a toglierli un giocattolo e capirete cosa intendo), la visita si impone.
Il pomeriggio si trasforma in una lunga e appassionante visita ad un luogo pieno di fascino e di strani oggetti, spiegati con una pazienza ed una competenza senza pari da un'archeologa preparatissima e decisamente brava nel trasformare una situazione potenzialmente esplosiva in un momento di partecipazione e di crescita. Per tutti, bambini e (forse anche di più) adulti 'accompagnatori'.
Dopo la visita guidata, un breve giro fra le bellissime collezioni etnografiche con un occhio alle architetture della struttura che ospita il museo, il Palazzo delle Scienze, che da solo merita una visita (guardatevi il pavimento della grande sala al primo piano ...) e decisamente la stanchezza si fa sentire:
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Di ritorno a casa pensavo al pomeriggio appena trascorso: un bel museo, dignitoso, senza fronzoli, che mostra con orgoglio tutta la sua età: un museo vivo, un luogo da consigliare, un luogo dove tornare. Certo, mancano tante cose: manca un bar, ad esempio, in un contesto come l'EUR, in cui il sabato pomeriggio trovare dell'acqua è più difficile che su Marte.

Ma in fondo non è questo il punto. Sono altre le cose che mi hanno colpito:
1. La prima cosa che vedi in un museo è un cartello in cui si ammonisce, nel linguaggio universale delle icone, che è vietato fotografare e fare riprese. Il che implica, almeno nel nostro anno di grazia 2014, che è vietato condividere con l'esterno qualcosa che non sia puro testo (a proposito, se proprio ci tenete, forse le icone andrebbero aggiornate, nessuno nel XXI secolo gira con addosso qualcosa di neanche lontanamente simile alla videocamera DV che svettava severa sul cartello ...). Non l'ho fotografato (beh, una foto una mi è scappata ...), preso dal sacro timore del rimprovero davanti ai miei figli, anche se poi non mi è chiaro se nei musei del Regno, a parte i reperti, almeno i cartelli si possano fotografare ... Toglietelo quel cartello, non si può accogliere il pubblico vietando qualcosa, e soprattutto fatevi aiutare a promuovere il vostro museo. Non posso sentirmi in colpa solo perché voglio condividere una bella esperienza!

2. Mentre seguivo la folla dei visitatori che cosa vedo con la coda dell'occhio in un angolo, ma proprio in un angolo, in una vetrina scomoda, discreta fino ad essere anonima?
La fibula prenestina. Sì, proprio quella, l'unica, originale (o falsa che sia) fibula, su cui si sono versati fiumi d'inchiostro nel secolo scorso. Mentre la folla si dirige a vedere altre sale e altri oggetti, immaginatevi l'epigrafistacristianistatardoantichistamedievista, in preda ad una strana stretta al cuore, soffermarsi alcuni lunghi minuti a guardare l'oggetto. Per poi correre a cercare mamma e figlio grande (il piccolo Neanderthal ha ceduto, dorme nel passeggino) per leggere insieme l'iscrizione. Non sarà la Gioconda certo, ma possibile che non si riesca a valorizzare un po' meglio un oggetto così controverso e affascinante?

3. Ho pagato 9€. Biglietto intero per mia moglie, ridotto per me e gratis per i bambini. Alla soddisfazione immediata per il risparmio (la visita è costata esattamente come lo spostamento in Metro fino all'EUR) si è presto affiancata la sensazione che sia sbagliato il messaggio che la cultura è gratuita. Perché? Perché è troppo facile lamentarsi che i siti archeologici cadono a pezzi e che i musei rimangono chiusi quando poi ci si entra (quasi) gratis. E diventa magicamente facile rallegrarsi delle aperture straordinarie, magari grazie all'impegno di qualche volontario. Avrei preferito un cartello (anche appiccicato con lo scotch sopra l'odioso invito a non fotografare) con i costi dell'operazione-visita-per-i-bambini. In cui si spiegasse, senza retorica, senza lamentele, ma con la sola forza della ragione, che tenere un museo aperto costa, che una visita per i bambini costa, che soprattutto il lavoro di una guida seria, appassionante e motivata, costa. Che con un po' di risorse in più si possono organizzare laboratori, esperimenti, attività didattiche.
Per esempio per far toccare, oltre che vedere ed ascoltare.

Il ricordo più bello di questo pomeriggio è infatti proprio la voce della guida, instancabile nel porre domande ai bambini e nel mediare le risposte. E' in questi (apparenti) dettagli che si trova la risorsa (inesauribile e sostenibile) del nostro patrimonio. Non è il Bello, non è l'Arte, non è la Gloria-degli-antichi-fasti o il Predominio-mondiale-dell'Italia-nei-beni-culturali, ma la passione e le competenze. E negli stessi (apparenti) dettagli si trova il problema principale, che non è la vetustà o l'inadeguatezza delle strutture, ma l'incapacità di valorizzare quella passione e quelle competenze e trasformarle in occasioni di professione, occupazione e crescita.

6 commenti:

  1. No comment perché l'articolo è troppo bello e troppo vero!! Complimenti e grazie!
    Una delle guide del Pigorini.

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  2. bellissimo articolo molto vero! lo condividiamo subito su @kidsarttourism!

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  3. vero come non mai, grazie infinite

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  4. Bell'articolo, concordo sul disappunto delle foto: sorvolando sul fatto che andrebbe concesso, perché alcuni musei rispettano (fin troppo) rigorosamente questa regola, mentre altri invece lasciano liberi i visitatori di fotografare qualunque cosa?

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  5. Probabilmente perché ci sono musei che operano forme di tolleranza, se non di disobbedienza civile, e hanno capito che ogni foto pubblicata è un veicolo di pubblicità enorme.

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  6. Probabilmente perché ci sono musei che operano forme di tolleranza, se non di disobbedienza civile, e hanno capito che ogni foto pubblicata è un veicolo di pubblicità enorme.

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